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13 febbraio 2008

I DUBBI SUL PDL SONO LEGITTIMI. MA PREOCCUPA DI PIU' IL FUTURO DELL'ITALIA

(di O.K. - Destrasociale.Org) - An e Forza Italia (sembra quasi superfluo ricordarlo) si sono ufficialmente uniti per dar vita al PdL: il PdL, che i più sarcastici dicono si differenzi dal Pd solo per via di quella "L" (che è poi la Libertà). In questi giorni sul nostro sito, sono piovute tante mail di “protesta” (ovviamente, uso un eufemismo) del tutto paragonabili alla grandine delle piaghe d’Egitto (Es9,13-35). Mettiamola così: non tutti, ma certamente in molti non l’hanno presa bene. Non tanto per via del dato di fatto, ossia la costituzione di un patto elettorale, quanto per i modi in cui ci si è arrivati. In fondo, fino a un paio di mesi fa, tra An e Forza Italia c’era il gelo. Non parlo di rapporti tiepidi: dico proprio il gelo.

Nel frattempo, succede l’imprevedibile: Lamberto Dini e Clemente Mastella (per la serie “guarda chi si rivede”) fanno cadere il 'Professore', che interpretando quel blasfemo “barcollo ma non mollo” decide di arrivare alla conta. Prodi, non ce la fa. Viene battuto grazie a quella stessa “mano de Dios” che fece cadere qualche annetto fa il primo Governo Berlusconi. Ma questo lo diciamo solo a buona di memoria (futura). Viene quindi il momento di Franco Marini, che su indicazione del Presidente della Repubblica, procede (manco fosse Giulio Verne), attraverso un mandato esplorativo, alla ricerca del “consenso”. Ah, se Marini anziché chiamarsi Franco si fosse chiamato Valeria, non v’è dubbio alcuno che -visti i tempi che corrono- avrebbe non solo raccolto consenso ma ottenuto un vero e proprio plebiscito. Il Presidente del Senato fallisce, non si trova nessun accordo. Ecco quindi che si tornerà a votare a metà aprile.

Metà aprile: ossia fra due mesi. E due mesi sono davvero pochi, soprattutto se ricordate quanto è durata l’ultima campagna elettorale, che per certi versi è stata sin troppo lunga. Due mesi -suvvia- sono oggettivamente pochi per gestire alleanze, promuovere i buoni e bocciare i cattivi (sempre ammesso che nei partiti ci sia un valore di merito dei propri rappresentanti), per fare un programma e soprattutto per pregare Iddio che questo venga recepito e condiviso da tutti. Ammettiamolo, due mesi non bastano. Non c’è tempo. Bisognava fare tutto e farlo subito: non si poteva sapere cosa ne pensava il tesserato n°307648 (che sarei io) così come gli altri. Ed è a questo punto che dovremmo chiederci cosa rappresenta quella tessera: è un simbolo oppure è -freddamente- appena un numero? In molti si sono fatti questa domanda, forse sbagliando.

Sì, perché le preoccupazioni sono tante, e soprattutto sono molto diverse fra loro. La prima preoccupazione (non nascondiamoci) è proprio la legge elettorale. Quella stessa che Berlusconi (ansioso di tornare alle urne) definì “una buona legge elettorale”, non fosse altro che con questa “sua” legge elettorale, la CdL (nonostante una maggioranza di 25.000 elettori) perse le elezioni permettendo a Prodi e a tutto il teatrino del centrosinistra di giocar per due anni a tressette e a monopoli sulla nostra pelle. E per fortuna che era “una buona legge”. Il Cavaliere sostiene che il PdL -stando ai sondaggi- avrebbe (da solo) il 50%. In molti se lo augurano, me compreso. Ma in cuor mio non sapevo che i “Fratelli Grimm” facessero anche i sondaggisti. Perché l’ultima favola era quella dell’Elefantino dato al 20%. Ricordate come finì? Eppure mi domando: cos’accadrebbe se ci ritrovassimo di fronte ad un’Italia ancora spaccata in due? Possiamo permettercelo?

Fra i tanti problemi oggi esiste un problema oggettivo che verte sulla rappresentanza politica: perché in questi quindici anni, gli attori della politica -salvo quei pochi che non diventano mai noti- sono sempre gli stessi, compresi vecchi cefalopodi evoluti che ci portiamo appresso dal Mesozoico. Ma si sa, la carità si fa soltanto nel “Palazzo”. Di “eterne promesse” e “golden-boy”, invece, ne abbiamo quante ne vogliamo. Peccato, resteranno tali. Servono facce e cervelli nuovi, perché negarlo? Serve una nuova identità, che non è quella del PdL (una semplice lista elettorale). Ne serve una futurista e soprattutto futuribile. Non servono persone che interpretino il presente, ma uomini e donne capaci d’immaginare e sognare un domani quanto meno possibile. Un futuro lontano dagli scandali, perché l’Italia deve uscire dal suo status di commedia: bisogna pensare ad un futuro possibile, non ad utopie. E per questo serve continuità, umiltà (merce rara) ed un consenso diffuso, sempre ammesso che al centro dei pensieri dei politici ci sia un po’ di spazio per il destino degli italiani.

Per questo il problema non è il PdL, che è una forma, ma è la sua sostanza. E’ capire chi saranno i suoi rappresentanti, quali saranno i punti fondamentali: il fisco, la sicurezza, lo stato sociale? Cosa succederà quando bisognerà affrontare in Parlamento temi “scomodi”, come la politica estera: quale sarà la posizione nei confronti della Cina, ad esempio, dato che in questi anni si è sempre giocato ambiguamente su più tavoli? Cosa succederà quando si discuteranno temi etici come quelli legati alla bioetica o alla ricerca scientifica? Come si comporterà il PdL dinanzi alle questioni legate all’informazione o al conflitto d’interessi, per citarne un paio a caso? Altro punto: il PdL è dichiaratamente lanciato per entrare nel PPE. Siamo certi di volerci andare? Perché la mia sensazione, senza dubbio fallibile quanto quella di chiunque altro, è che questo nuovo soggetto sia dichiaratamente accentratore & centrista. Dico questo perché l’idea di fare opposizione interna a qualcosa/qualcuno, onestamente oggi a molti non basta più. Perché a furia di opposizioni interne non è mai cambiato un fico secco. O sbaglio?

Non è il PdL in quanto tale che ci dovrebbe preoccupare, ma l’Italia. Non è la presenza-assenza di simboli che, se impressi nel cuore, non hanno bisogno di essere impressi nero su bianco. Specie se quando ci sono non se ne tiene conto. Serve che si lavori per un Paese moderno, orientato sì verso un futuro, ma senza dimenticare le proprie tradizioni. Non un Paese di conservatori ibernati, criogenizzati o mantenuti nella naftalina.

Ricordiamoci che tutti noi abbiamo il coraggio di votare un programma profondamente innovativo. Ma ricordiamoci anche che serve incoscienza, invece, per votare una lista frutto di un patto elettorale di cui non si conosce nulla. Perché il mio voto (o il vostro voto) ha un valore fondamentale. Votiamo uomini e donne, votiamo dei programmi fatti anche per noi, votiamo simboli e partiti. Deleghiamo la nostra fiducia, ma ancor più affidiamo a qualcuno le nostre speranze e il nostro entusiasmo, la nostra linfa vitale. Cose sacre, dal mio punto di vista. Cose su cui non ci può essere improvvisazione, confusione o malafede. Perché diamine, siamo uomini!

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