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25 aprile 2012

25 Aprile...

La notizia non è: la polizia carica gli antifascisti a Cagliari, ma la notizia è: gli antifascisti occupano senza alcuna autorizzazione una piazza svolgendo una manifestazione non autorizzata, inoltre lanciano bottiglie e fumogeni per cercare di impedire una deposizione di fiori da parte di un'Associazione combattentistica che vuole ricordare le decine di migliaia di morti della RSI. La polizia interviene per disperdere i manifestanti antifascisti violenti. Il Sindaco Massimo Zedda non interviene per fermare le violenze del Coordinamento Antifascista Cagliaritano.


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25 aprile 2012

non dimentico...


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7 gennaio 2009

aiuta a costruire il Blog www.peggiosoru.tk

Tratto da Peggio Soru

Grazie al tuo contributo costruiremo insieme la Campagna Elettorale del prossimo 15 e 16 Febbraio 2009!

Ecco alcune bozze, scegli quella che ti piace di più!









16 maggio 2008

Basta antifascismo, non se ne può più!

E’ partita la solita strumentalizzazione!!!

Domani diverse città italiane vedranno manifestazione in ricordo di Nicola Tommasoli, ucciso a Verona qualche tempo fa.

Come definire questa cagnara se non come la solita manipolazione politica da parte delle solite sigle della sinistra intollerante. Non si può dimenticare che pure la famiglia di Nicola, qualche giorno fa, aveva diffidato chiunque dal dare a ciò che era avvenuto una connotazione politica, ma nulla per la solita sinistra sono stati i fascisti!

Domani, Sabato 17 Maggio, anche Cagliari vedrà una mobilitazione delle sigle antifasciste e sarà un'altra giornata di odio da parte di una banda di intolleranti.

Una mobilitazione inventata con il supporto dei mass media che non ci hanno raccontato alcune delle verità, come ad esempio che due dei cinque ragazzi arrestati avevano votato alle primarie del Pd e uno dei due era anche iscritto al Partito, ma si certo questo non può essere pubblicato, non crea mostri…

L’invito lo rivolgo alla Questura di Cagliari e all’Amministrazione Comunale per impedire la giornata dell’odio che rischia di trasformarsi nella solita provocazione di un gruppo intollerante.

Basta antifascismo!

Simone

9 maggio 2008

Basta con la retorica resistenziale

Lettera aperta al Ministro della Pubblica Istruzione Maria Stella Gelmini e per conoscenza all'Onorevole Marcello Dell'Utri

Signor Ministro,
salutiamo la Sua entrata in carica e guardiamo fiduciosi al Suo operato auspicando che venga rapidamente raccolto l'invito dell'Onorevole Dell'Utri a “revisionare i libri di storia ancora condizionati dalla retorica della Resistenza”. E' ora che s'inizi a ragionare con obiettività e con serietà e che si smetta d'insegnare ai giovani il rancore e l'odio. E' ora di ristabilire onestà e buona fede e di rimuovere il potere dei commissari politici sulle scuole e sull'educazione. Attendiamo fiduciosi che dimostri con i fatti che il Suo programma è realmente volto al popolo e alla libertà

Blocco Studentesco

25 aprile 2008

25 aprile, altarino di Mussolini in vetrina

GROSSETO - Mentre in tutta Italia si celebra il 63esimo anniversario della Liberazione, a Grosseto, Fabio Balducci, classe 1948, allestisce nella vetrina del suo negozio di cornici un altarino con l'immagine di Benito Mussolini e una rosa rossa, non riconoscendo la festa del 25 aprile.

«PER CHI HA PERSO LA VITA PER IL FASCISMO» -«Ho sistemato una foto di Mussolini su un piccolo altarino, con una rosa rossa, per non dimenticare chi ha perso la vita per il fascismo. Ho scelto la foto di Mussolini direttore de Il Popolo quando era un intellettuale» spiega Balducci, in passato collaboratore de «il Borghese» e «O.P.». «Ho un'idea del movimento fascista, come rivoluzione. Mussolini ha creato in un certo senso una società nuova da quella ottocentesca».

«OGGI LAVORO» - Per il negoziante di Grosseto «i lavoratori dovrebbero essere i primi a ricordare quando è stato fatto dal fascismo come l'Inail, l'Inps le colonie dei bambini. Il 25 aprile è considerata una festa nazionale che non condivido, condivido il primo maggio, il 25 aprile no. Non voglio dire agli altri di non festeggiare, ma per me oggi è un giorno normale di lavoro».


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25 aprile 2008

Che sfilino le Brigate Rosse!

di Gabriele Adinolfi

Si abbia il coraggio di andare fino in fondo nella logica della cultura del 25 aprile

Credo che l'Italia sia l'unica nazione al mondo che festeggia l'invasione del suo territorio: non era mai venuto in mente a nessuno. Certo una parte di italiani, invero assai sparuta, passò dalla parte del nemico nel settembre del 1943 quando il re coniglio e il primo ministro vigliacco scapparono a gambe levate nelle braccia del nemico e si affrettarono a chiamarlo amico. Quella piccolissima porzione d'italiani, alcuni per fede, altri per tornaconto, altri ancora per obbedienza, si misero a fiancheggiare l'avanzata del nemico, incuranti che questa fosse contrassegnata da bombardamenti di città, stupri e stermini di donne, violenze sui civili e persino eccidi ingiustificati. In poco meno di due anni la lunga marcia del nemico si concluse con la sua vittoria nella guerra. Ne derivarono eccidi, lo scempio vergognoso di Piazzale Loreto, epurazioni selvagge contrassegnate da regolamenti di conti per rivalità personali. Ne nacque la Repubblica fondata sull'accordo tra poteri affaristici, in particolare quelli mafiosi che avevano organizzato gli sbarchi americani in Sicilia e a Salerno e ottenuto in cambio la mano libera per i traffici sul versante tirrenico fino a Marsiglia. Ne seguì un periodo di lunga e vergognosa sottomissione internazionale accompagnata da un disprezzo nei nostri confronti, ancora oggi non del tutto sopito, dovuto appunto alle nostre capriole sfrontate. Al di là dei sentimenti non si capisce proprio cosa ci fosse da festeggiare, né tanto meno cosa ci sia da celebrare oggi.


Perché intervenne quella retorica


Allora una ragione per mitizzare quel 25 aprile c'era; ce l'aveva un'intera classe politica sconfitta dalla storia e dal fascismo, emarginata dalla nazione, che per venti anni era passata a vita privata (ma sempre assistita dal buon Benito) o all'esilio parigino con tanto di stipendio mensile (mai accaduto in nessun altro contesto o in nessun'epoca). Uno stipendio mensile che cresceva con l'aumento della vita perché bastò che una figlia di Saragat andasse dal Duce (che riceveva...) per lamentarsi del caro-vita perché il buon Benito allargasse i cordoni della borsa. Ora quella classe politica di falliti cercava un posto al sole e lo reclamava dal nemico vittorioso al quale si era offerta ossequiosa e incurante della sorte dei suoi compatrioti. Bisognava mitizzarlo quel 25 aprile perché si doveva creare un'aura di epos e di gloria che desse autorevolezza ai falliti di ritorno. Così intervenne la retorica intrisa di ogni menzogna. Al punto di capovolgere la realtà oggettiva delle cose. “L'invasore” non fu più chi ci bombardava dal mare, chi sbarcava sulle nostre coste, violentava le nostre donne, occupava le nostre città, ovvero il nemico di guerra, anglo/franco/americano, bensì il tedesco che pure non solo era nostro alleato ma si trovava in Italia a difendere la nostra terra chiamatovi addirittura dal re coniglio in persona poche settimane prima della sua ignobile fuga. E allora, sulla falsa riga di questa mistificazione chi si era battuto contro “l'invasore”, per un sogno di libertà, in nome del tirannicidio, era nobile e da mitizzare. La sconfitta italiana - ma la sua vittoria – diventava così festa nazionale. E il “mito” partigiano s'impadronì della cultura politica, letteraria e poi televisiva della penisola affranta.


Ora è tempo di scelte


Ora quella classe dirigente è sparita, morta di vecchiaia, dopo aver spolpato ogni bene dell'Italia e averla trascinata nella bancarotta. Che senso ha dunque continuare a celebrare il triste rito della contraffazione e il gusto dell'odio? Immagino che alcuni nostalgici delle rivoluzioni mancate, alcuni orfani degli arcobaleni e maniaci della legge di Lynch non possano fare altrimenti, ma il resto? Non si può superare questa stucchevole retorica resistenzialista, così come in molti iniziano a chiedere? Perché delle due l'una: o si supera quest'impasse o la si celebra fino in fondo. In tal caso si accetti e si esalti la cultura partigiana, quella dell'omicidio a freddo, del mordi e fuggi in nome di un sol dell'avvenire e di un qualsiasi tirannicidio. Si riprenda quella cultura che avvelenò gli animi negli anni Sessanta e Settanta da tutte le cattedre, da tutti gli schermi e che fece presa su migliaia di giovani che finirono per imitarli, e si facciano allora sfilare i Brigatisti Rossi che hanno di certo molti più numeri dell'Anpi.

Essi, infatti, hanno creduto alla retorica resistenzialista, ne hanno messo in atto il modello, sono insorti, hanno cecchinato, hanno ucciso. Ma, a differenza dei loro patrigni, non avevano alcun carro armato nemico da seguire e hanno quindi perso. E hanno pagato sulla loro pelle (e ovviamente su quella di molte loro vittime) la cultura del 25 aprile. Hanno trascorso dietro le sbarre periodi più lunghi del Ventennio mussoliniano e hanno, di certo, più titoli dei partigiani per camminare a fronte alta. Se la fronte può andare alta in marce fondate sull'odio e il rancore.


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25 aprile 2008

25 APRILE: ROMAGNOLI, BASTA SPENDERE SOLDI PUBBLICI PER UNA MANIFESTAZIONE SUPERFLUA

“Chiudere finalmente la stagione dell'odio e rimuovere un falso storico: l'Italia non è stata liberata dalla ‘resistenza’ ma ha prima ceduto le armi agli Angloamericani poi, nello sbando completo dell'armistizio, ha lasciato che ognuno decidesse per se, infine è stata ‘liberata e rioccupata’ appunto dagli Angloamericani”. Lo dichiara Luca Romagnoli, segretario del Movimento Sociale Fiamma Tricolore alla vigila del 25 aprile.
“Chiedete ai vostri nonni – prosegue l’europarlamentare – cosa hanno fatto dopo l'armistizio: In tutto il centro sud, a parte le eccezioni di chi si è arruolato nella RSI per difendere l'onore d'Italia e di quei pochi che hanno scelto la resistenza, gli altri si sono tutti arrangiati”.
“Nel resto della Nazione non c’è stata contrapposizione di eserciti – sottolinea Romagnoli – c’è stata solo una crudele pagina di guerra civile combattuta con atti terroristici e un doloroso e criminale strascico postbellico”.
“Non c’è dunque niente da festeggiare, il 25 aprile per questa tragica e francamente poco edificante pagina della nostra storia”.
“Speriamo che la finiscano di spendere denaro pubblico per questa celebrazione che è superflua oltre che anacronistica”.
“E arrivi finalmente il momento di una memoria, se non condivisa, almeno accettata che ponga finalmente sotto i riflettori - dopo i libri di Pansa e decenni prima di lui grazie alla penna libera di Giorgio Pisanò - tutte le violenze compiute in quel periodo dai ‘liberatori-partigiani’, che nel tempo – conclude Luca Romagnoli – hanno costruito l’epopea di una resistenza che non c’è stata”.


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24 aprile 2008

Onore ai Combattenti della Repubblica Sociale Italiana



Cagliari: VENERDI 25 APRILE ALLE ORE 18 PARTIRA’ DA PIAZZA GARIBALDI UNA FIACCOLATA SILENZIOSA FINO AL MONUMENTO AI CADUTI DI VIA SONNINO

3 ottobre 2007

Giampaolo Pansa: «L’antifascismo autoritario? È come la mafia»

 

pansa.bmpRegistri la telefonata o scrivi direttamente? È un’intervista domanda e risposta? Ma prima di tutto mi consenti tu una domanda? Perché questi libri deve continuarli a scrivere un cane sciolto della sinistra e non uno di destra?». Giampaolo Pansa, 72 anni, alla vigilia dell’uscita del suo I gendarmi della memoria (Sperling & Kupfer), in libreria da martedì prossimo, parla con il tono burbero e irridente del vecchio cronista. L’autore de Il sangue dei vinti e di altri libri di straordinario successo che hanno descritto con onestà la storia della Resistenza italiana e degli sconfitti, torna a raccontare «le miserie nascoste della nostra guerra interna», ma coglie l’occasione per togliersi qualche sassolino dalle scarpe, descrivendo con ironia le «pallide arroganze» degli intolleranti della sinistra dell’anno 2007. Appunto quelli che definisce “gendarmi della memoria”. Nelle prime righe di uno degli ultimi capitoli del libro, lo sfogo di Pansa è illuminante: «Sono un vero ingenuo. In questi anni ho sempre pensato che, prima o poi, la sinistra si sarebbe resa conto di una verità: una lettura serena della guerra civile non era soltanto un obbligo etico o politico, ma rientrava pure nei suoi interessi di bottega. Infatti, il parlare di quella tragedia con equità, e senza soffocare le voci dei vinti, le avrebbe dato un’immagine più liberale. E soprattutto meno arrogante, meno proterva, meno ringhiosa. Mi sono sbagliato. La sinistra italiana non esiste più. Le tante sinistre che hanno preso il suo posto, a tutt’oggi sono dieci, hanno sempre smentito la mia speranza. Il partito più forte, o meno debole, i Ds, mi ha osteggiato o ignorato. Rifondazione comunista mi ha combattuto. I Comunisti italiani mi hanno disprezzato, sia pure senza avere il coraggio di dichiararlo in modo aperto. Dei Verdi non so dire, perché non li ho mai sentiti. Ma immagino che anche loro, come le altre sinistre, siano inchiodati al rifiuto di qualunque onesto revisionismo. E sempre, come accade in tutte le sinistre, per due ragioni poco onorevoli: l’ottusità culturale e il terrore di perdere qualche elettore».

Ma perché tanta ostilità nei confronti della sua opera storiografica?
Mi stupisce che chi lavora al Secolo me lo domandi. Per tanti anni chi ha vissuto quegli anni dalla parte dei vinti è stato costretto con il sasso in bocca. L’antifascismo autoritario si è comportato come la mafia. Il messaggio era chiaro: “Tu non devi parlare, stai zitto”. In questo volume racconto le azioni d’intolleranza in occasione della presentazione dei miei libri.

Lo documenta bene descrivendo alcuni episodi come «l’agguato di Reggio Emilia» quando un gruppo di Antifascismo militante fece un’irruzione nell’albergo dove si presentava “La grande bugia”…
Con il tam tam su internet, soprattutto finché era attivo il sito di Indymedia, i centri sociali si organizzavano per fare gazzarre alle presentazioni dei miei libri. Me li sono ritrovati anche in città non certo di sinistra, come Latina e Frosinone. Qualche libraio, poveretto, mi ha detto: dottor Pansa, lei fa la sua presentazione e poi se ne va, ma noi restiamo e poi ci sfondano le vetrine.

Cose del genere accadono agli autori che si occupano di criminalità organizzata. Anche lei è costretto ad andare in giro con la scorta quando interviene in qualche incontro pubblico…
Infatti ho scelto di rinunciare a qualsiasi presentazione di questo libro. Tutti scriviamo che la polizia non ha risorse e ha pochi mezzi e io dovrei farmi proteggere da polizia e carabinieri, a spese dei contribuenti?

Pansa come Roberto Saviano, l’autore di “Gomorra”?
No, perché lui si occupa dell’attualità e rischia la pelle anche più di me. Ma per quanto mi riguarda, per protesta contro questa democrazia zoppa non vado a presentare libri…

Lei racconta ne “I gendarmi della memoria” che le espresse pubblica solidarietà per l’intimidazione di Reggio Emilia, il presidente Giorgio Napolitano. E gli altri del centrosinistra?
Soltanto il giorno successivo alla contestazione, quando su tutti i giornali c’era la notizia della solidarietà del Capo dello Stato, chi si fa vivo? I tre cammelloni. Prodi, Veltroni e Fassino. Per telefono e rigorosamente in privato.

Perché non hanno espresso solidarietà pubblicamente?
È evidente: non vogliono inimicarsi quel mondo legato all’ala regressista della loro maggioranza. L’Anpi, pur non avendo più il peso politico di una volta in alcune regioni d’Italia, è ancora una lobby potente.

A proposito dell’Anpi, ha una sua amara ironia il capitolo “Cuneo brucia sempre”, quando l’associazione dei partigiani sfidò un settimanale locale a documentare il fatto che nel cuneese le donne uccise dai partigiani erano state almeno centocinquanta…
A scorno dell’Anpi i nomi uscirono stampati per 15 puntate. E storie così, in tutta Italia, sono ancora tante. Ecco perché il mio lavoro è tutt’altro che esaurito. Purtroppo, però, c’è ancora tanta reticenza. Conosco politici importanti della sinistra che sono figli o nipoti di personaggi importanti della Repubblica sociale, ma che tengono nascosta questa parentela. E se glielo chiedi, si stupiscono che tu lo sappia.

Intanto i suoi libri riscuotono un enorme successo di pubblico, anche tra i giovani. Inoltre “Il sangue dei vinti” diventerà finalmente una fiction televisiva….
L’apprezzamento tra le nuove generazioni mi rincuora. Perché non c’è futuro senza passato. Per quanto riguarda invece il film, credo che comincino a girarla a ottobre. Mi hanno fatto leggere la prima stesura della sceneggiatura, ma non mi piaceva: aveva a che fare poco con il mio libro. Temo che alla fine diventerà uno sceneggiato “tratto liberamente” dal *Sangue dei vinti*. Del resto, pensi che una storia in cui si parla dei famigerati repubblichini senza sputargli addosso, possa essere trasmessa dalla Rai? A viale Mazzini, nel regno dei cattocomunisti? Allora sei più ingenuo di me.


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permalink | inviato da simonespiga il 3/10/2007 alle 0:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

22 settembre 2007

Ma perchè lo deve dire Forza Italia e non An?

Nella prima pagina del sito di Forza Italia si legge alla fine della pagina questa frase condivisibile... 


virgolette Il fascismo è stato un movimento di massa reazionario ma modernizzatore, ha aggiornato il modo di vita degli italiani con i piani della città, il cinema, la radio, l'urbanistica, l'Accademia d'Italia. Ha fatto bene. virgolette  
Carlo Lizzani, La Stampa, 17 settembre 2007



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permalink | inviato da simonespiga il 22/9/2007 alle 0:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

3 luglio 2007

In ricordo del Gramsci minore

GRAMSCI, UN GRANDE UOMO
di Gianfredo Ruggiero

Nel settantesimo della morte di Antonio Gramsci, vogliamo dedicare queste poche righe alla memoria di un uomo che seppe vivere e morire per le sue idee.

Non ci riferiamo ad Antonio, il pensatore e leader comunista, ma a suo fratello Mario dimenticato da tutti perché ebbe la sventura di vestire la camicia nera.

Più giovane di dodici anni, Mario Gramsci aderì al fascismo al ritorno dalla prima guerra mondiale che combatté con il grado di sottotenente. A nulla valsero i tentativi del fratello Antonio di convincerlo ad abbandonare la fede fascista per aderire a quella comunista, non ci riuscirono neppure le bastonate dei compagni che lo ridussero in fin di vita.

Fu il primo segretario federale di Varese, volontario per la guerra d’Abissinia e combattente nel ‘41 in Africa settentrionale.
Dopo l’8 Settembre ‘43, quando l’Italia si svegliò col fazzoletto rosso attorno al collo e la bandierina americana in mano, Mario Gramsci, invece di gettare la sua divisa come fecero molti suoi coetanei, continuò a combattere. Ma lo fece dalla parte sbagliata, dalla parte dei perdenti. Aderì infatti alla Repubblica Sociale Italiana.

Fatto prigioniero, fu torturato per fargli abiurare la sua fede fascista. Poi fu deportato in uno campo di concentramento in Australia dove le durissime condizioni di detenzione riservate ai militari fascisti non renitenti, cominciarono a minare la sua salute.
Rientrò in Patria sul finire del ‘45 e subito dopo morì in un ospedale di terz’ordine attorniato solo dall’affetto dei suoi cari.
Andò sicuramente meglio al celebre fratello Antonio che quando si ammalò in carcere, a causa di una malattia contratta da adolescente, fu scarcerato e, da uomo libero, poté curarsi a spese del Regime in una famosa clinica privata.

Non pretendiamo che Mario Gramsci sia ricordato alla stregua del fratello maggiore a cui, giustamente, sono dedicati libri e intitolate piazze - perché al di là del giudizio storico rimane un grande del novecento - ma un piccolo pensiero, crediamo, lo meriti anche lui.

Con Mario Gramsci vogliamo onorare tutti fratelli “minori”, come il fratello di Pier Paolo Pasolini ucciso dai partigiani comunisti. Dimenticati, questi fratelli d’Italia, perché caddero dalla parte sbagliata.

Gianfredo Ruggiero, Presidente del Circolo culturale Excalibur


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25 aprile 2007

Superiamo il 25 Aprile

“Anche quest’anno si svolge stancamente la cerimonia per ricordare il 25 Aprile 1945, nel quasi totale disinteresse degli italiani, diverse manifestazioni e cerimonie si promuovono per ricordare la fine di una guerra civile”, afferma Simone Spiga, Dirigente Nazionale di Azione Giovani.

“E’ ora che sia superata, questa ricorrenza non può rappresentare tutti i cittadini italiani, non può essere una festa di unità, ma diviene sempre con maggiore forza un momento di scontro politico”…”la storia d’Italia degli anni ‘43/’45 è tormentata da atrocità perpetrate dagli uni e dagli altri e non è tollerabile che si festeggi una parte senza ricordare che anche dall’altra parte vi fu chi combatté per difendere l’Italia”, incalza Simone Spiga.

“Abolire questa ricorrenza, credo sia la soluzione più giusta per rilanciare una reale pacificazione nazionale, nella riscoperta dei valori sacri della Patria e della Libertà”…”il 25 Aprile è diventato solo un momento per proseguire la propaganda d’odio e di violenza, troppe sono state in questi giorni le azioni di intolleranza politica contro sedi e militanti di An, da Roma e Uri nel sassarese, fino a Fano e non può essere ancora tollerata una situazione di questo tipo”, conclude Simone Spiga.




permalink | inviato da il 25/4/2007 alle 14:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (16) | Versione per la stampa

25 aprile 2007

Onore ai combattenti della REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA !






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22 aprile 2006

Cagliari: 25 Aprile, onore ai combattenti della RSI


Martedi 25 Aprile alle ore 17,30 presso
il Monumeto ai Caduto in Via Sonnino a Cagliari

Fiaccolata in onore dei Combattenti della
Repubblica Sociale Italiana




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22 aprile 2006

Assessore Donazzan: Questo 25 aprile non è ne' una festa, ne' una commemorazione....

Assessore Regionale Donazzan “25 aprile profondamente da rivedere”
Commemorazione il 25 aprile alla Foiba Bus de la Spaluga (Lusiana – Vicenza
)

“Parteciperò come ho sempre fatto, fin dal primo anno, che io stessa ho organizzato, al decennale della commemorazione di tutti i caduti presso la Foiba Bus de la Spaluga a Lusiana – dichiara l’Assessore regionale Donazzan.
Lo ho fatto da militante, da Consigliere Regionale, ed ora da Assessore, ma il messaggio che oggi come allora, assieme ai militanti di Azione Giovani, intendiamo sottolineare con forza è che il significato del 25 aprile va profondamente rivisto.
In Italia abbiamo assistito – prosegue l’Assessore – ad un dopoguerra infinito in cui è prevalsa la logica, e la storia, in particolare quella scritta, dei vincitori sui vinti, in cui si negavamo i morti di una parte; una logica che se oggi coglie, finalmente, qualche segno di ravvedimento, lo fa solo ed esclusivamente per la volontà, per la serenità nelle proprie ragioni, che è stata propria non già dei ‘vincitori’, ma di quella parte politica e civile che ha avuto a cuore i destini di entrambi le parti.  
Il 25 aprile – spiega Elena Donazzan – dovrebbe segnare la ricorrenza della ‘fine delle ostilità’, ma quanto questo è stato vero immediatamente dopo la fine della guerra, con gli obbrobriosi delitti compiuti per strada, senza tribunali, veri e propri assassini che non possono stare sotto l’ombrello di una cosiddetta Liberazione.
Quanto questo è stato vero nel corso dell’Italia Repubblicana, in cui i vinti sono stati trattati come esuli in patria, e così fino ad oggi in cui non si ha il coraggio di abbattere l’ingiustizia delle diversa considerazione dei morti, come dei combattenti, per cui ancora si nega il riconoscimento di questo status anche ai militari della RSI.
Quanto questo è vero oggi, in cui la vergogna di cadaveri appesi per i piedi a Piazzale Loreto, l’esibizione di un cieco ammazzato a Milano e le sommarie giustizie di piazza, dietro il paravento della liberazione, vengono rievocate nella recrudescenza di una campagna elettorale (e giorni seguenti) in cui si demonizza l’avversario, in cui si invoca la ‘liberazione da Berlusconi’ e si sceglie di ‘vigilare’ il 25 aprile sulla libertà minacciata, secondo lor signori, dalla controparte politica che in Italia ha, scusate se è poco, un consenso maggioritario.
Se questo è il 25 aprile – aggiunge l’Assessore Donazzan – non è ne’ una commemorazione nazionale, ne’, men che meno, una festa, è un qualcosa che ripropone steccati che fanno preferire lo sventolio di bandiere rosse, in luogo di quelle italiane, creando, tra l’altro un deficit di democrazia, che rende il nostro paese fragile, oggetto di disgregazione e di frammentazione e, nel peggiore dei casi, senza un valido antidoto al terrorismo e ad orrori del genere.
Sogno e ritengo di lavorare, invece, per un 25 aprile in cui tutti i combattenti che si affrontarono lealmente, chi in nome della Libertà, chi in nome dell’Onore d’Italia, ma sempre sotto il tricolore, si riappropino di questa giornata e marcino insieme, come già avviene da anni nelle adunate degli alpini, dei bersaglieri, dei granatieri, dei paracadutisti: un 25 aprile che sia di vera riconciliazione e che sia davvero di tutti.
Proprio per ricordare tutti i connazionali caduti – conclude Elena Donazza – compresi quelli che non trovano spazio nelle celebrazioni istituzionali, mi recherò alla Foiba Bus de la Spaluga a Lusiana”
L’iniziativa con il seguente programma: ore 10,15 ritrovo nella Piazza centrale di Breganze  ed ore 11.00 Santa Messa al Bus de la Spaluga a Lusitana.




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14 gennaio 2006

Causa di Beatificazione per un seminarista ucciso dai partigiani comunisti

Si tratta di Rolando Rivi, ucciso nel 1945 per odio alla fede

ROMA, domenica, 8 gennaio 2006 (ZENIT.org).- Il 7 gennaio a Modena nella Chiesa di Sant’Agostino, l’Arcivescovo Benito Cocchi ha dato inizio al processo diocesano per la causa di Beatificazione di Rolando Rivi, un giovane seminarista di quattordici anni, barbaramente ucciso il 13 aprile del 1945 da alcuni militanti comunisti.
La sentenza del tribunale emessa dalla corte di Appello di Firenze nel 1952, afferma che il seminarista fu ucciso perché rappresentava “un ostacolo all’espansione locale del comunismo”.
Il Pubblico ministero al processo ha raccontato che la “veste talare” e “la manifesta intenzione del fanciullo di darsi al sacerdozio” furono tra i principali moventi del delitto.
Secondo quanto si racconta, gli assassini del giovane giunsero persino ad utilizzare la sua veste talare come una palla, prima di appenderla come un trofeo per vari giorni sotto il portico della casa colonica in cui abitavano.
La testimonianza di vita esemplare e l’essere stato ucciso per odio alla fede hanno convinto le autorità ecclesiastiche a iniziare una causa di Beatificazione e a considerare Rolando Rivi come un martire.
Rolando Rivi è già Servo di Dio dopo che nell’ottobre del 2005 la Congregazione per le Cause dei Santi ha concesso il nulla osta per l’avvio della causa di Beatificazione.
Nonostante la breve vita, la fama di santità di Rolando Rivi è molto diffusa.
Come racconta Roberto Beretta nel libro “Storia dei preti uccisi dai partigiani” (Piemme, 2005), del seminarista reggiano aveva parlato lo stesso Giovanni Paolo II durante il rito dedicato ai “martiri del Novecento” nel corso del Giubileo del 2000.
E. James, un bambino inglese, gravemente malato di leucemia, sostiene di essere guarito dopo essere venuto in contatto con una reliquia del seminarista trucidato dai partigiani.
La causa di Beatificazione assume un notevole valore sia per la verità storica che per il voler rendere giustizia ai 130 sacerdoti che tra il 1944 ed il 1947 vennero uccisi dai partigiani comunisti.
Rolando Rivi, ucciso in un bosco nel territorio di Monchio di Palagano (MO), era nato a San Valentino di Castellarano, (provincia e diocesi di Reggio Emilia) il 7 gennaio 193, ed era entrato nel Seminario di Marola nell’autunno del 1942.
Nel periodo trascorso in Seminario il Servo di Dio si distinse per la pietà, l’amore allo studio, l’impegno vocazionale e soprattutto la ferma decisione a voler essere sacerdote.
Nell’estate del 1944, partiti i seminaristi per le vacanze, il Seminario venne occupato dai tedeschi. Rolando, come i compagni, dovette tornare a casa, portando con sé i libri per poter continuare a studiare. A casa Rolando continuava a sentirsi seminarista: Messa e Comunione quotidiana, meditazione, visita al SS. Sacramento, Rosario, preghiera personale, buone letture, oltre, naturalmente alle ore dedicate allo studio.
Divenne il piccolo apostolo della parrocchia: guidava i bambini ed i ragazzi suoi coetanei nella preghiera, nel Rosario; insegnava anche ai più piccoli a servire la Messa; li portava in chiesa per pregare davanti al SS.mo Sacramento dell’Eucaristia; suonava e insegnava a cantare inni e canti sacri.
Nonostante gli inviti dei familiari e l’esempio di altri seminaristi di San Valentino, Rolando non volle abbandonare la veste talare; a tutti rispondeva: “lo studio da prete e la veste è il segno che io sono di Gesù”.
Era consapevole del rischio che correva portando tale segno esteriore che per lui significava l’impegno di tutta la vita; non la lasciò mai, considerandola come dichiarazione di appartenenza e amore a Gesù. Il 10 aprile 1945, dopo la Messa, si recò a casa e, presi i libri, si diresse come al solito a studiare nel boschetto poco lontano. Da quel momento i suoi familiari non lo videro più. Venne, infatti, barbaramente ucciso il 13 aprile successivo.
Il Servo di Dio, prima di morire, chiese di pregare per i suoi genitori. E mentre si trovava inginocchiato sull’orlo della fossa, venne ucciso con due colpi di pistola al cuore e alla testa.
La fama di santità goduta dal Rivi, non solo si è mantenuta solida nell’arco dei sessant’anni trascorsi dalla sua morte, ma si è rafforzata ed espansa fino a superare i confini delle diocesi di Reggio Emilia e Modena e dell’Italia stessa, ancorandosi ed espandendosi in Paesi lontani quale Brasile, Argentina e Inghilterra.
In un editto emanato il 31 ottobre del 2005, monsignor Cocchi afferma che “dopo aver a lungo riflettuto ed ascoltato la voce di persone esperte ed ottenuto l’assenso dei confratelli della Conferenza Episcopale Regionale ed il nulla osta della Congregazione delle Cause dei Santi, abbiamo deciso di dare inizio al Processo canonico di Beatificazione e Canonizzazione del Servo di Dio Rolando Rivi, raccogliendo l’invito e la sollecitazione dei suoi numerosi devoti”.
“Pertanto nel portare a conoscenza di questa comunità ecclesiale questa iniziativa – conclude l’Arcivescovo di Modena-Nonantola –, invitiamo tutti i singoli fedeli a comunicarci direttamente o a far pervenire al Tribunale Diocesano tutte quelle notizie, dalle quali si possano in qualche modo arguire elementi favorevoli o contrari alla fama di santità del Servo di Dio”. Oltre che nel libro di Beretta la vita e la storia del Servo di Dio è raccontata nel libro di Paolo Risso, intitolato “Rolando Rivi, un ragazzo per Gesù” (Edizioni Del Noce, 2004, 128 pagine, 11 Euro).




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2 gennaio 2006

SALO' INQUIETA LA SINISTRA

E’ stato iscritto nel calendario dei lavori di Palazzo Madama per essere discusso il prossimo 12 gennaio il disegno di legge che equipara i militari belligeranti della Rsi a quanti prestarono servizio negli eserciti della II guerra mondiale. Il provvedimento, più noto come ddl sui combattenti della Rsi è stato presentato al senato dal Gruppo di An ha scatenato nuove polemiche all’interno della sinistra. Nei giorni scorsi “l’Unità” dedicava alla questione un’intera pagina e intervistava il presidente dell’Anpdi Massimo Rendina il quale parlava di attacco pericoloso alla democrazia. Non è d’accordo su questa tesi il senatore Franco Servello, il quale ricorda che il ddl era stato un anno fa approvato in prima lettura in sede referente dalla commissione Difesa e quindi messo all’odg per la discussione d’aula. “poi l’appuntamento fu lasciato cadere aspettando tempi migliori, in cui ci fosse meno tensione politica – afferma Servello – e ora forse a causa del clima pre-elettorale le sinistre vogliono assumere una posizione estremista com’è nel loro costume. Si candidano ad assumere il governo della Nazione tenendo fuori una parte della memoria storica del Paese. Sembra che questi signori mantengano ancora lo spirito di odio che ha portato alle stragi perpetrate dopo il 25 aprile, che non risparmiarono nemmeno i sacerdoti.”. Nella premessa dei due articoli di cui è composto il ddl, i senatori di An sottolineano che “a distanza di tanti anni appare giusto riconoscere ai reduci delle armate della Rsi la qualifica di militari belligeranti che compete loro sul piano dei fatti e del diritto nazionale ed internazionale, qualifica che essi hanno sempre rivendicato con forza, al di là degli schieramenti politici del dopoguerra”. Inoltre, dopo aver chiarito che il ddl si fonda sui principi giuridici contenuti nella sentenza del Tribunale supremo militare del 26 aprile 1954, e che si muove nello spirito delle Convenzioni internazionali dell’Aja e di Ginevra, i proponenti spiegano che negare la qualifica di “belligeranti” ai militari della Rsi significa ritenerli “un’accozzaglia di ribelli, di traditori e di banditi, nonostante che imponente fosse il numero dei reparti, degli ufficiali, dei decorati che vollero deporre le armi”. Si ribadisce che nelle dolorose scelte dell’epoca  “la guerra fraterna non fu inizialmente voluta, ma fatalmente sorse dalla disfatta” e che comunque “tutti gli italiani, salvo pochi, amarono di sconfinato amore la loro Patria”. Trattare alla stregua di traditori le centinaia di migliaia di soldati che rimasero al Nord “significherebbe annullare il retaggio di gloria e di valore che ci lasciarono coloro che nella guerra immolarono la vita” e a “creare al cospetto delle altre nazioni una leggenda che non torna ad onore del popolo italiano”.

Raffaele Duelli, ausiliaria della X Mas è “custode” del Campo della Memoria  a nettuno, dove di recente sono stati traslati i resti dei volontari che combatterono nella battaglia di Anzio, pensa che il si al provvedimento potrebbe segnare una svolta storica  anche se – dice  - “ormai siamo rimasti in pochi, e quelli che ci sono ancora stanno per compiere 80 anni. Forse hanno timore di questo riconoscimento perché hanno paura che emerga la vera storia di quei momenti. Se il riconoscimento

arriverà ne saremo lieti, ma noi abbiamo sempre saputo che non eravamo né brutti né cattivi, che non eravamo la feccia dipinta dai vincitori”.




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29 novembre 2005

C'è il "Veleno" in edicola...

Il primo numero, la settimana scorsa, è andato completamente esaurito ovunque. Trovati in edicola il secondo. Per disinfestare le stanze del potere.


Veleno Settimanale
, diretto da Alessio Di Mauro 




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4 novembre 2005

RESISTENZA: PRODI, NEL '45 VIDI PARTIGIANI RAPIRE UN PRETE

Roma, 4 nov. (Adnkronos) - Romano Prodi fu testimone quando era bambino del rapimento da parte di partigiani comunisti di un sacerdote che fu poi ucciso. Lo rivela o stesso leader dell'Unione per la prima volta a Bruno Vespa per il suo libro 'Vincitori e vinti. Le stagioni dell'odio Dalle leggi razziali a Prodi e Berlusconi' in uscita l'8 novembre da Mondadori RAI-ERI. ''Era la primavera del 1945 e avevo meno di sei anni -racconta il Professore a Bruno Vespa- ero appena uscito dalla messa al Ventoso di Scandiano, dove eravamo sfollati durante la guerra, quando vidi alcune persone sequestrare il prete e costringerlo a viva forza dentro un'automobile. Ci sono momenti che non si possono dimenticare e ancora oggi rivedo la mano di mia sorella Fosca che mi copriva con amore gli occhi perche' io non vedessi. Seppi poi che fu ucciso''. Vespa, rilanciando la proposta avanzata dallo scrittore Roberto Beretta, ha chiesto a Prodi se non sia il caso di rivalutare l'opportunita' di decorare alcuni dei preti uccisi dai partigiani, dopo che 14 sacerdoti uccisi dai nazifascisti hanno avuto una medaglia d'oro o d'argento alla memoria. ''Come si puo' essere contrari - risponde Prodi a Vespa - a riflettere su questo capitolo della nostra storia? L'importante e' non farlo in maniera strumentale. E' il grande problema della storia scritta nella carne viva.''




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